Individuazione e diagnosi delle difficoltà di apprendimento: i consigli di Ana Sanguinetti per la classe

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Individuare in tempo le difficoltà di apprendimento è una delle sfide più grandi che un docente affronta ogni giorno. Spesso, nell’osservazione diretta della classe, sorgono dubbi ragionevoli: siamo di fronte a una mancanza di motivazione o c’è qualcosa di più profondo? Come possiamo distinguere un alunno distratto da uno che convive con un ADHD? E, soprattutto, quali misure possiamo applicare già da oggi senza bisogno di aspettare una diagnosi formale?

Per fare luce su queste questioni, in tekman Education abbiamo potuto contare sull’esperienza di Ana Sanguinetti, laureata in psicopedagogia ed esperta in neuropsicologia, specialista presso il centro TRIVIUM e docente alla UOC. Dopo 14 anni nell’unità dei disturbi dell’apprendimento dell’Hospital Sant Joan de Déu, Sanguinetti ci aiuta a sfatare miti radicati e offre una visione pratica e colma di speranza per insegnanti e famiglie.


Miti e realtà sulla diagnosi a scuola

Uno degli ostacoli più comuni a un intervento precoce è la paura delle etichette. Tuttavia, la realtà clinica ci mostra un volto molto diverso. Una diagnosi precisa non è un limite, ma uno strumento di comprensione e accompagnamento.

L’intelligenza non è uno scudo contro le difficoltà

Esiste l’errore frequente di escludere un disturbo quando l’alunno è brillante o eccelle in alcune aree. Sanguinetti avverte che la maggior parte dei bambini con dislessia, ADHD o discalculia possiede un’intelligenza nella norma o superiore. In molti casi, questa capacità cognitiva permette loro di compensare le proprie difficoltà durante i primi anni, nascondendo lo sforzo estenuante che compiono. Quando non ce la fanno più, ricevono spesso etichette ingiuste come “pigro” o “svogliato”, quando ciò che realmente esiste è un blocco neurobiologico.

Il sollievo di dare un nome alla difficoltà

Dare un nome a ciò che accade nel processo di apprendimento è, nelle parole dell’esperta, un atto di liberazione. I bambini senza una diagnosi portano spesso già con sé etichette negative imposte da loro stessi o dal loro ambiente (“sono stupido”, “sono lento”). Sapere che il proprio cervello funziona in modo diverso restituisce loro l’autostima e permette a famiglie e docenti di tracciare una road map chiara.

“Una diagnosi clinica ben fatta non condanna, ma libera: permette all’alunno di capire che non è stupido, ma che il suo cervello elabora le informazioni in modo diverso”.

Come agire in classe: individuazione e flessibilità

La diagnosi di una difficoltà di apprendimento non si basa su un’unica prova magica. È un puzzle clinico complesso che richiede di osservare la storia dello sviluppo, questionari scolastici e test neuropsicologici. Ma cosa possono fare i docenti mentre quel puzzle si completa?

La risposta di Sanguinetti è chiara: la flessibilità è lo strumento più potente per l’inclusione. Non è necessario attendere un protocollo ufficiale per mettere in atto cambiamenti che, in realtà, beneficiano tutta la classe.

Per favorire un ambiente di apprendimento accessibile, possiamo applicare subito queste misure:

  • Gestione del tempo: offrire margini più ampi nelle prove di valutazione.
  • Dare priorità alla qualità sulla quantità: ridurre il numero di esercizi ripetitivi se il concetto è già stato compreso.
  • Eliminare le barriere di scrittura: evitare che gli alunni con difficoltà motorie o di lettoscrittura debbano copiare lunghi enunciati dalla lavagna.
  • Rinforzo positivo: valorizzare il processo e l’impegno costante, non solo il risultato finale.

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